Tagged: sviluppo

Un nuovo progetto riformista con al centro le nuove generazioni

Senza riforme ci si tiene un Paese che non funziona o che funziona per sempre meno cittadini. Chi ha rendite di posizione e benessere passato da proteggere, migliora la propria situazione relativa. Chi è in difficoltà o fa il suo ingresso nella vita adulta e professionale, si trova invece con crescente rischio di esclusione e restrizione di opportunità. Nel complesso il paese stenta a crescere e aumentano le diseguaglianze.

Il Futuro che (Non c’è) – Editoriale

Il successo di una azienda, prima ancora che dalla dotazione di nuove tecnologie, dipenderà nei prossimi decenni dalla capacità di lungimirante gestione della propria forza lavoro. Questa convinzione, in combinazione con il processo di invecchiamento, ha fatto crescere negli ultimi anni l’attenzione verso l’«age management», inteso come insieme coerente di risposte che le organizzazioni possono dare per migliorare il contributo professionale dei singoli a tutte le età, comprese quelle più mature. L’Italia, come mostrano varie ricerche, è però in colpevole ritardo nell’affrontare concretamente questa cruciale sfida, non solo per la recessione che ha spostato l’attenzione delle imprese sul presente con approccio difensivo, ma per motivi anche strutturali di lungo periodo e culturali radicati. Non c’è dubbio però che le realtà che prima inizieranno ad agire positivamente in questa direzione, si troveranno nei prossimi anni con un vantaggio competitivo sulle altre.

Nel welfare la carenza di risorse non è affatto un alibi. Bisogna organizzarsi

Senza evocare profezie su conflitti tra generazioni, fare welfare in carenza di risorse richiede alcune scelte. La prima possibilità è quella di restituire ai singoli le proprie responsabilità, arretrando le protezioni sociali offerte nel secolo del progresso. In questa direzione sembra muoversi il Giappone, dove si sta immaginando la fine delle pensioni di vecchiaia e si chiede ai giovani di concentrare i propri studi universitari su scienza, tecnologia e matematica, ma anche l’Inghilterra, che consente ai pensionandi di ritirare i propri contributi previdenziali per farne l’uso che ritengono più utile. Che cosa accadrà se di questi contributi viene fatto un cattivo uso, o per dirla più semplicemente, se ci saranno molte persone che sopravvivranno al proprio reddito?

Ripensare città inclusive per i giovani

LE CITTA’ nel XXI secolo continueranno ad essere centro di sviluppo e innovazione, ancor più che nei secoli passati, ma lo faranno verosimilmente in modo diverso. Come vanno, allora, letti i dati rielaborati da McKinesy sul rallentamento della popolazione urbana? Proviamo a rispondere in quattro punti più una premessa.

Va innanzitutto ricordato che questo secolo è il primo nella storia in cui è più comune vivere nelle città che altrove. Inoltre, sulla ricchezza globale, la parte prodotta nelle metropoli continuerà a crescere. Fatta questa premessa, un primo punto da mettere in rilievo è che la popolazione mondiale ha smesso di correre al ritmo osservato nel XX secolo. Continueranno a crescere in modo esuberante ampie parti dell’Africa e alcuni paesi dell’Asia, ma molto meno il resto del mondo e ancor meno l’Europa. Questo, ovviamente, ha ricadute anche sulla demografia delle città, ma non necessariamente sul loro peso relativo entro i vari paesi.

Secondo punto: il successo dei sistemi urbani dei prossimi decenni dipenderà molto più dalla qualità che dalla quantità, nella direzione aperta dalle smart cities. Terzo punto: le grandi città di questo secolo insistono su un sistema molto più ampio rispetto ai confini amministrativi. L’idea stessa di abitanti va ripensata: oltre allo stock di residenti acquisiscono sempre più importanza i flussi, ovvero il contributo di chi partecipa temporaneamente o a distanza ai processi della città. Ad esempio, la fascia d’età tra i 15 e i 25 anni è quella demograficamente meno consistente a Milano, ma diventa la più rilevante se si includono come parte attiva gli studenti non residenti.

Quarto: rispondere al ”degiovanimento” che indebolisce la crescita propulsiva delle città, è possibile attivando e alimentando circoli virtuosi di innovazione e inclusione che mettono al centro le nuove generazioni. Le metropoli che ci riusciranno diventeranno i veri motori di sviluppo dei prossimi decenni

L’insicurezza non deve condizionare le nostre vite

Viviamo in un tempo di grande instabilità e insicurezza. I fatti nazionali e internazionali di questo periodo ce ne sta dando ampia conferma. Nessuno fino a qualche settimana fa poteva immaginare il colpo e il contraccolpo di stato in Turchia. Ancor prima, grande impressione ha destato la sequenza di eventi di cui sono state vittime nostri connazionali. All’inizio di questo mese a Dacca sono stati uccisi in modo efferato nove italiani che si trovavano all’estero per lavoro. La vita di altri sei, serenamente in vacanza a Nizza, è stata improvvisamente travolta e spezzata dalla furia omicida di un terrorista squilibrato. In mezzo a tali due eventi l’incidente ferroviario in Puglia nel quale – per una inaccettabile combinazione di errori umani, inefficienze burocratiche e arretratezza tecnologica – hanno perso la vita ventitre persone.